Età Romana

Cupinoro e dintorni: un’importante area archeologica a Bracciano

Negli ultimi anni mi sono occupata dell’aspetto storico e archeologico di un’estesa fascia di territorio nei pressi della discarica di Cupinoro. Fino a un raggio di circa 6 Km sono emersi notevoli resti di epoca etrusca e di epoca romana, altri di datazione incerta, ma comunque facenti parte del patrimonio archeologico.
La presenza delle vestigia del passato è sempre stata nota, ma non sono mai stati effettuati, o divulgati, studi specifici per conoscere e risaltare le caratteristiche della zona in questione, tranne accenni a opere antiche, come il caso di Ponte Coperto e di alcuni aspetti pubblicati da chi scrive nella serie di quaderni Sabatia Regio.
Nell’IGM, la zona cerchiata in rosso è quella sottoposta a perlustrazioni di superficie, sebbene non totalmente per via delle proprietà private. Essa è risultata ricca di vestigia del passato, tranne la zona settentrionale alla discarica di Cupinoro, particolarmente soggetta a cementificazione e “contaminata” da opere moderne.

area archeo di cupinoro2

Nella zona sud-occidentale di Bracciano, da un raggio di poche decine di metri a 6 km dalla discarica di Cupinoro, sono stati individuati numerosi resti antichi: tombe sparse, piccole necropoli, brevi tratti di sentieri battuti e di tagliate, resti di ponti di attraversamento di fossi, edifici di epoca romana interpretabili come ville o terme, frammenti di ceramica antica sparsi sulla superficie della campagna, cavità artificiali, presunte opere difensive, sistemi di raccolta delle acque e opere di drenaggio, luoghi di culto in cavità artificiali.
L’insieme ha permesso di ipotizzare che lo stanziamento umano sia stato particolarmente intenso durante l’epoca etrusca, come anche in epoca romana a partire dal tardo-repubblicano, fino ai primi due secoli dell’età imperiale.
Nel panorama di sviluppo della città etrusca, la zona in questione poteva essere un’area rurale ove vivevano piccoli nuclei familiari che gestivano, in modo autonomo, medie o piccole “fattorie” dedite ad attività agricole e di allevamento, quindi si può supporre una capillare occupazione del territorio a partire dal VII secolo a.C., presumibilmente in nuclei organizzati da una autorità centrale che gestiva il territorio secondo una strategia economica e amministrativa incentrata sullo sfruttamento agricolo e pastorale, basata sul sistema economico gentilizio.
Il fatto che una delle principali città etrusche, l’antica Caere, si trovi a poca distanza, fa supporre che il settore in questione fosse sottoposto al suo controllo e fosse occupato da insediamenti con prevalente vocazione agro-pastorale collegati tra loro da assi viari. Ciò sarebbe in linea con lo sviluppo agricolo che, a quanto sembra, in Etruria meridionale toccò il massimo splendore nel V secolo a.C., ma non si può escludere la loro dipendenza ad un altro importante centro etrusco limitrofo di cui si sono perse le tracce, forse proprio la leggendaria Sabate.
Dal IV secolo a.C. cominciò un periodo di crisi delle città etrusche culminato nella conquista di Veio da parte di Roma, Caere continuò a vivere mantenendo la sua autonomia, fino alla sottomissione nel III secolo a.C., quando tutti gli insediamenti etruschi vennero poco a poco romanizzati.

Rimango sbalordita dal fatto che, viste le carattaristiche dell’intera area, non si valuti seriamente l’idea di demolire quella montagna di immondizia, differenziando le sue componenti, e di lasciare definitivamente in pace tutto il territorio circostante. Ciò al fine di ripristinare gli spazi e, ove possibile, gli antichi luoghi, di permettere una rigenerazione delle peculiarità naturalistiche, “depurazione” della terra compresa.

Non è una presa di posizione, ma una considerazione sulla natura dell’area.
Come riscontrato in numerosi casi, col passare del tempo, la maggior parte degli edifici antichi, situati in zone divenute ormai inospitali, vennero abbandonati e dimenticati, idem le tombe e le necropoli. A seguito di periodi di abbandono, ad esempio, alcune cavità artificiali, come le tombe a camera, vennero riutilizzate, in passato vennero svuotate dagli oggetti trovati all’interno, senza la consapevolezza di un loro valore di mercato, e riutilizzate come ripari per persone o animali.
Alcune strutture antiche vennero sfruttate come cave di materiali edili: le mura vennero poco a poco demolite e le componenti reimpiegate per costruire abitazioni o edifici di natura differente, magari posizionate in luoghi distanti. È da sottolineare che il fenomeno della spoliazione delle antichità è testimoniato già in età romana imperiale e divenne un fenomeno abituale nelle epoche successive. I pezzi spoliati sono di vario tipo: le lastre scolpite potevano essere utilizzate come ornamento, mantenendo il loro valore comunicativo, mentre i mattoni o le pietre, grezze oppure scolpite, vennero semplicemente reimpiegati nell’edilizia, talvolta indipendentemente dal loro significato primario.
Bolle ed editti a difesa del patrimonio culturale, in particolare dei Beni architettonici di Roma, si hanno sin dal XV secolo. Addirittura Martino V definiva sacrileghe le devastazioni di edifici antichi e imponeva la demolizione di fabbriche abusivamente addossate ai monumenti antichi. Altri pontefici hanno invece provocato danni ai monumenti antichi, ad esempio, asportando marmi per collocarli altrove o per farli triturare al fine di ricavare la calce.
Per non parlare degli scavi clandestini, distruttivi dei contesti e dannosi per la ricostruzione delle culture antiche.
In altri casi notiamo continuità di riutilizzo di una stessa struttura persino fino all’epoca moderna, talvolta modificandola nella planimetria e nella natura, oppure lasciandola tale e quale. Questo vale anche per le installazioni o la viabilità, come le vasche per la raccolta delle acque, le opere di drenaggio, i ponti, le strade, che nei secoli e nei millenni non hanno perso la loro funzione, ma sono state semplicemente ristrutturate e potenziate.

Nella memoria collettiva, il ricordo di insediamenti si è annebbiato fino a scomparire nel tempo, lasciando solo labili tracce materiali spesso illeggibili.

Oggi abbiamo maggiore consapevolezza del significato e dell’importanza culturale delle vestigia del passato, abbiamo una legislazione, piuttosto complessa, volta alla tutela, e non solo, dei Beni antichi.
Alla luce di ciò, dovremmo pianificare, con maggiore rispetto delle norme e della memoria collettiva, ogni genere di opera e ogni cambiamento di destinazione d’uso di un’area, soprattutto in zone intermedie a centri abitati di notevole vocazione turistica quali Cerveteri e Bracciano.

Ceri, ninfeo

Ceri, ninfeo

Ceri, Ponte Coperto

Ceri, Ponte Coperto

Bracciano, opera di regimazione e imbrigliamento di epoca etrusca. Bracciano, Castel Giuliano.

Bracciano, opera di regimazione e imbrigliamento di epoca etrusca. Bracciano, Castel Giuliano.

Foto e approfondimenti:

Autrice: Elena Felluca

ultima modifica: 14 ottobre 2017

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Bracciano (RM), l’acqua di Venere e il culto sotterraneo

IL CULTO DELL’ACQUA NELLA ROCCIA

Nella zona nord-occidentale del lago di Bracciano, nascosto nella campagna e custodito dalla natura, si trova un complesso architettonico sotterraneo dedicato verosimilmente a Venere, dea della bellezza, dell’amore e della fertilità: si tratta di un luogo indicato con l’idronimo acqua di Venere nell’Istromento 23 agosto 1608 tra le sorgenti cedute a Paolo V per ripristinare l’antico acquedotto di Traiano.
La chiave di lettura per comprenderne la natura può essere quella di un uso cultuale.
L’edificio venne realizzato sul declivio naturale di un avvallamento, poi inglobato da Traiano apportando delle variazioni nella struttura e nell’utilizzo, essendo assai severe le norme di tutela e conservazione degli acquedotti che rifornivano Roma.
La roccia e le scaturigini erano state racchiuse in una struttura monumentale in un momento imprecisato dell’epoca imperiale: un lungo corridoio delimitato da portici rialzati, composti da arcate sorrette da grossi pilastri in laterizio, convogliava l’acqua scaturita da vari punti della roccia in un piccolo fiume sotterraneo. La roccia viva è a vista sul lato nord, la nicchia centrale è piuttosto elaborata e lascia supporre la presenza di una statua, forse l’immagine della divinità adorata. La volta conserva in alcuni punti l’intonaco celeste che doveva rivestirla interamente. Il prospetto meridionale appare manomesso dalla muratura di chiusura delle nicchie: è ipotizzabile che si affacciassero verso l’esterno e, se fossero state aperte senza il muro di fondo, come è facile supporre senza volare troppo con la fantasia, permettevano alla luce naturale di entrare creando giochi di luci e ombre e di lasciare intravedere dall’esterno l’immagine sacra.
Prima che Traiano modificasse parzialmente la struttura, il complesso, visto dall’esterno, doveva avere una scenografia spettacolare: si affacciava su una valletta racchiusa naturalmente tra pareti rocciose piuttosto ripide e aperta a sud in una spianata, dove vi erano dei laghetti nati dalla decantazione delle acque sorgive. Possiamo supporre che il tutto fosse racchiuso in un boschetto sacro e circondato di giardini.

È noto, più delle altre captazioni dell’antico acquedotto, il ninfeo di Santa Fiora, a Manziana, considerato erroneamente il caput aquae dell’aqua Traiana, ma essa non era altro che uno dei numerosi capi d’acqua, abbandonato definitivamente nel medioevo e mai utilizzato da Paolo V. La struttura di epoca romana risulta assai meno monumentale rispetto al complesso dell’acqua di Venere ed è piuttosto rimaneggiata per via del suo utilizzo come chiesa fino a pochi decenni fa, ciò ha fatto perdere vari elementi originari. Essa rappresenta uno di quegli aspetti di continuità di utilizzo, nei millenni, come luogo sacro, sebbene l’impianto cristiano abbia cancellato ogni traccia del culto pagano.

Il lavoro di studio sarà di prossima pubblicazione nel quarto quaderno della collana Sabatia Regio. Studi, esplorazione e ricerche nel territorio del Lago di Bracciano.
Colgo l’occasione per ringraziare carissimi amici con i quali ho potuto condividere momenti speciali durante le ricerche: Antonio De Sessa e Tullio Dobosz.

Bracciano (RM), Acqua di Venere, captazione dell'Aqua Traiana-Aqua Paula

Bracciano (RM), Acqua di Venere, captazione dell’Aqua Traiana-Aqua Paula

Bracciano (RM), Acqua di Venere, captazione dell'Aqua Traiana-Aqua Paula

Bracciano (RM), Acqua di Venere, captazione dell’Aqua Traiana-Aqua Paula

Bracciano (RM), Acqua di Venere, captazione dell'Aqua Traiana-Aqua Paula

Bracciano (RM), Acqua di Venere, captazione dell’Aqua Traiana-Aqua Paula

Bracciano (RM), Acqua di Venere, captazione dell'Aqua Traiana-Aqua Paula

Bracciano (RM), Acqua di Venere, captazione dell’Aqua Traiana-Aqua Paula

Fonte: Scintilena

Autrice: Elena Felluca

ultima modifica: 29 luglio 2017

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Bracciano (RM), “aqua Traiana” e “aqua Paula”: bolli laterizi

Nell’ambito delle ricerche svolte da chi scrive in vari rami dell’acquedotto Traiano-Paolo che si sviluppano intorno al lago di Bracciano, si pone l’attenzione sui bolli laterizi ritrovati lo scorso anno durante un’esplorazione in uno dei condotti del tratto iniziale dell’acquedotto lungo il Fosso di Grotte Renara.
Già in precedenza è stato data notizia dei bolli che recano il nome di Anteros Severianus fornendo un inconfutabile elemento datante all’epoca traianea della messa in opera di questo tratto dell’aqua Paula. Essi si trovano nel condotto della Botte delle Cinque Vene in parte scavato nel banco roccioso. Un tratto è pavimentato con bipedali, ventiquattro dei quali recano impronte di bolli semilunati, ma solo alcuni sono leggibili e sono di due tipi: su un tipo il testo epigrafico è disposto su una linea con lettere a rilievo DOL ANTEROT SEVER CAES (CIL XV, 811f), l’altro è trilineare con lettere a rilievo DOLIARE ANTEROTIS [SEVERI] (CIL XV, 811d). Entrambi trovano precisi riscontri nel Foro di Traiano.
La presa di captazione della Botte delle Cinque Vene si diversifica dalle altre esplorate nello stesso ramo dell’acquedotto per la presenza si numerose bocchette fatte di coppi rovesciati e di piccoli condotti rivestiti in laterizio su entrambi i lati del tratto iniziale del condotto che adducono acqua direttamente dal banco roccioso.
Il ritrovamento, lo studio e la lettura dei bolli sono opera di chi scrive e di Loredana Fauci.

Bibliografia di riferimento:

Bianchi E., 2004, Produzioni laterizie e cantieri edilizi traianei, in E.C. De Sena e H. Dessales, Metodi e approcci archeologici e il commercio nell’Italia Antica. BAR international Series 1262, pp. 268-289.

Bracciano (RM), "aqua Traiana" e "aqua Paula", condotto della Botte delle Cinque Vene, particolare.

Bracciano (RM), “aqua Traiana” e “aqua Paula”, condotto della Botte delle Cinque Vene, particolare.

Bracciano (RM), "aqua Traiana" e "aqua Paula", condotto della Botte delle Cinque Vene, particolare.

Bracciano (RM), “aqua Traiana” e “aqua Paula”, condotto della Botte delle Cinque Vene, particolare.

Bracciano (RM), "aqua Traiana" e "aqua Paula",  condotto della Botte delle Cinque Vene, bollo laterizio di Anteros Severianus.

Bracciano (RM), “aqua Traiana” e “aqua Paula”, condotto della Botte delle Cinque Vene, bollo laterizio di Anteros Severianus.

Bracciano (RM), "aqua Traiana" e "aqua Paula",  condotto della Botte delle Cinque Vene, bollo laterizio di Anteros Severianus.

Bracciano (RM), “aqua Traiana” e “aqua Paula”, condotto della Botte delle Cinque Vene, bollo laterizio di Anteros Severianus.

Autrice: Elena Felluca

ultima modifica: 3 dicembre 2015

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Bracciano, Vicarello, i bagni termali di epoca romana

Nel Fosso delle Ferriere, al disotto dell’edificio termale Ottocentesco della tenuta di Vicarello, è stato individuato un cunicolo di epoca romana diviso in due dall’attuale corso del fosso: si tratta di un condotto largo circa 60 cm, la muratura è in laterizio e la volta è a cappuccina. Sembra che esso abbia origine dall’edificio termale stesso e si diriga verso il cosiddetto ninfeo di epoca romana situato a poca distanza ove è stata ipotizzata la presenza di un impianto per l’utilizzo dell’acqua, ossia una cascata a gradini sormontata da una statua di Apollo e una vasca di raccolta. Purtroppo l’esplorazione del cunicolo è ostacolata dalla presenza di uno spesso strato di interro e detriti di cedimenti strutturali.
In antichità il fosso doveva seguire un altro corso oppure doveva essere completamente imbrigliato e deviato nei condotti dell’aqua Traiana.
La tenuta di Vicarello era nota in antichità per la presenza di una sorgente di acqua termale, motivo di attrazione di gruppi umani per millenni. Le testimonianze trovate al suo interno hanno permesso di rintracciare una sua frequentazione sin dalla preistoria.
Nel 1852 il Collegio Germanico Ungarico, allora proprietario della tenuta, fece costruire un grande edificio ancora oggi esistente inglobando la sorgente termale. In quell’occasione venne ristrutturato anche il nucleo dei bagni per la cura termale portando alla luce una stipe votiva: la spaccatura della roccia dalla quale sgorgava l’acqua alla temperatura di circa 40-45° era totalmente intasata di vasi in metallo, monete di epoca romana databili fino al IV secolo d.C., aes rude  e strumenti litici gettati in antichità dai malati fiduciosi o riconoscenti.
Sembra che, in epoca romana, i bagni termali facessero parte di un ampio complesso di edifici costruiti in un momento ancora imprecisato, ciò è testimoniato dai resti murari presso l’ex lavanderia, ossia la cosiddetta Casa di Ledo, e da altri resti visibili nelle immediate vicinanze.
Il condotto è stato individuato da chi scrive e da Loredana Fauci durante un’esplorazione per rintracciare i rami dell’acquedotto Traiano e del Traiano-Paolo nella tenuta di Vicarello.

Bracciano, Vicarello, particolare cunicolo di epoca romana

Bracciano, Vicarello, particolare cunicolo di epoca romana

Bracciano, Vicarello, particolare cunicolo di epoca romana

Bracciano, Vicarello, particolare cunicolo di epoca romana

Bracciano, Vicarello, particolare cunicolo di epoca romana

Bracciano, Vicarello, particolare cunicolo di epoca romana

Autrice: Elena Felluca

ultima modifica: 23 settembre 2015

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“Aqua Traiana”: condotto dell’acqua Carestia

Nella zona boschiva del territorio di Manziana, al confine con Bracciano, si trova la chiesa della Madonna della Fiora costruita in antichità sfruttando delle preesistenze di epoca romana connesse a una copiosa sorgente di acqua che veniva incanalata in un condotto individuato ed esplorato dai ricercatori dei gruppi Centro Ricerche Sotterranee Egeria e Roma Sotterranea: si tratta di uno dei vari rami dell’acquedotto Traiano in disuso a partire da un momento imprecisato del medioevo.
Non molto lontano dalla suddetta chiesa, a circa 200 m in linea d’aria a nord-est, si trova un’altra struttura di epoca romana, parzialmente interrata, di cui sono visibili soltanto alcuni resti murari in opera laterizia e in opera cementizia, tra cui un vano semicircolare e parte della copertura a crociera con lucernario centrale. Essa è stata interpretata da alcuni ricercatori come un ninfeo. Al momento non si hanno certezze sulla sua natura, ma non si può escludere una sua connessione con il condotto individuato nelle immediate vicinanze identificato con il condotto che pigliava l’acqua spersa detta la Carestia e la conduceva alla Fiora segnato su una mappa della zona del 1716: la traccia più vicina alla suddetta struttura è a circa 60.0 m di distanza verso sud-ovest, si tratta di un avvallamento circolare nel terreno interpretabile come un pozzo. A circa 100.0 m di distanza da questo si incontra il condotto che corre in superficie per circa 60.0 m in direzione sud-ovest ai piedi di Poggio del Nespolo, poi se ne perdono le tracce e non sappiamo in quale punto si allacciasse al condotto della sorgente Fiora. Il cunicolo è alto circa 1.25 m, largo 60 cm, le pareti interne sono rivestite di uno spesso strato di intonaco impermeabile, la muratura in opera incerta è visibile solo in alcuni punti, la volta è a sezione ogivale in conglomerato cementizio. Lo stato di conservazione è frammentario.
Nell’Istromento 23 agosto 1608, Carestia è menzionata, insieme a Matrice e Fiora, tra le acque che Virginio Orsini non cedette a Paolo V poichè, all’epoca, venivano lasciate scorrere nel Fosso della Fiora per alimentare le mole di Vigna Grande.
Il nome dell’acqua che scorreva in questo condotto sembra derivare dalla caratteristica di venire a mancare in caso di siccità. Sin dall’epoca degli Orsini (XV-XVII secolo) vennero fatti dei tentativi per trovare la sorgente.

"Condotto che pigliava l'acqua sparsa detta la Carestia"

“Condotto che pigliava l’acqua sparsa detta la Carestia”

 

Autrice: Elena Felluca

ultima modifica: 27 settembre 2015

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