Luoghi d’interesse

Cupinoro e dintorni: un’importante area archeologica a Bracciano

Negli ultimi anni mi sono occupata dell’aspetto storico e archeologico di un’estesa fascia di territorio nei pressi della discarica di Cupinoro. Fino a un raggio di circa 6 Km sono emersi notevoli resti di epoca etrusca e di epoca romana, altri di datazione incerta, ma comunque facenti parte del patrimonio archeologico.
La presenza delle vestigia del passato è sempre stata nota, ma non sono mai stati effettuati, o divulgati, studi specifici per conoscere e risaltare le caratteristiche della zona in questione, tranne accenni a opere antiche, come il caso di Ponte Coperto e di alcuni aspetti pubblicati da chi scrive nella serie di quaderni Sabatia Regio.
Nell’IGM, la zona cerchiata in rosso è quella sottoposta a perlustrazioni di superficie, sebbene non totalmente per via delle proprietà private. Essa è risultata ricca di vestigia del passato, tranne la zona settentrionale alla discarica di Cupinoro, particolarmente soggetta a cementificazione e “contaminata” da opere moderne.

area archeo di cupinoro2

Nella zona sud-occidentale di Bracciano, da un raggio di poche decine di metri a 6 km dalla discarica di Cupinoro, sono stati individuati numerosi resti antichi: tombe sparse, piccole necropoli, brevi tratti di sentieri battuti e di tagliate, resti di ponti di attraversamento di fossi, edifici di epoca romana interpretabili come ville o terme, frammenti di ceramica antica sparsi sulla superficie della campagna, cavità artificiali, presunte opere difensive, sistemi di raccolta delle acque e opere di drenaggio, luoghi di culto in cavità artificiali.
L’insieme ha permesso di ipotizzare che lo stanziamento umano sia stato particolarmente intenso durante l’epoca etrusca, come anche in epoca romana a partire dal tardo-repubblicano, fino ai primi due secoli dell’età imperiale.
Nel panorama di sviluppo della città etrusca, la zona in questione poteva essere un’area rurale ove vivevano piccoli nuclei familiari che gestivano, in modo autonomo, medie o piccole “fattorie” dedite ad attività agricole e di allevamento, quindi si può supporre una capillare occupazione del territorio a partire dal VII secolo a.C., presumibilmente in nuclei organizzati da una autorità centrale che gestiva il territorio secondo una strategia economica e amministrativa incentrata sullo sfruttamento agricolo e pastorale, basata sul sistema economico gentilizio.
Il fatto che una delle principali città etrusche, l’antica Caere, si trovi a poca distanza, fa supporre che il settore in questione fosse sottoposto al suo controllo e fosse occupato da insediamenti con prevalente vocazione agro-pastorale collegati tra loro da assi viari. Ciò sarebbe in linea con lo sviluppo agricolo che, a quanto sembra, in Etruria meridionale toccò il massimo splendore nel V secolo a.C., ma non si può escludere la loro dipendenza ad un altro importante centro etrusco limitrofo di cui si sono perse le tracce, forse proprio la leggendaria Sabate.
Dal IV secolo a.C. cominciò un periodo di crisi delle città etrusche culminato nella conquista di Veio da parte di Roma, Caere continuò a vivere mantenendo la sua autonomia, fino alla sottomissione nel III secolo a.C., quando tutti gli insediamenti etruschi vennero poco a poco romanizzati.

Rimango sbalordita dal fatto che, viste le carattaristiche dell’intera area, non si valuti seriamente l’idea di demolire quella montagna di immondizia, differenziando le sue componenti, e di lasciare definitivamente in pace tutto il territorio circostante. Ciò al fine di ripristinare gli spazi e, ove possibile, gli antichi luoghi, di permettere una rigenerazione delle peculiarità naturalistiche, “depurazione” della terra compresa.

Non è una presa di posizione, ma una considerazione sulla natura dell’area.
Come riscontrato in numerosi casi, col passare del tempo, la maggior parte degli edifici antichi, situati in zone divenute ormai inospitali, vennero abbandonati e dimenticati, idem le tombe e le necropoli. A seguito di periodi di abbandono, ad esempio, alcune cavità artificiali, come le tombe a camera, vennero riutilizzate, in passato vennero svuotate dagli oggetti trovati all’interno, senza la consapevolezza di un loro valore di mercato, e riutilizzate come ripari per persone o animali.
Alcune strutture antiche vennero sfruttate come cave di materiali edili: le mura vennero poco a poco demolite e le componenti reimpiegate per costruire abitazioni o edifici di natura differente, magari posizionate in luoghi distanti. È da sottolineare che il fenomeno della spoliazione delle antichità è testimoniato già in età romana imperiale e divenne un fenomeno abituale nelle epoche successive. I pezzi spoliati sono di vario tipo: le lastre scolpite potevano essere utilizzate come ornamento, mantenendo il loro valore comunicativo, mentre i mattoni o le pietre, grezze oppure scolpite, vennero semplicemente reimpiegati nell’edilizia, talvolta indipendentemente dal loro significato primario.
Bolle ed editti a difesa del patrimonio culturale, in particolare dei Beni architettonici di Roma, si hanno sin dal XV secolo. Addirittura Martino V definiva sacrileghe le devastazioni di edifici antichi e imponeva la demolizione di fabbriche abusivamente addossate ai monumenti antichi. Altri pontefici hanno invece provocato danni ai monumenti antichi, ad esempio, asportando marmi per collocarli altrove o per farli triturare al fine di ricavare la calce.
Per non parlare degli scavi clandestini, distruttivi dei contesti e dannosi per la ricostruzione delle culture antiche.
In altri casi notiamo continuità di riutilizzo di una stessa struttura persino fino all’epoca moderna, talvolta modificandola nella planimetria e nella natura, oppure lasciandola tale e quale. Questo vale anche per le installazioni o la viabilità, come le vasche per la raccolta delle acque, le opere di drenaggio, i ponti, le strade, che nei secoli e nei millenni non hanno perso la loro funzione, ma sono state semplicemente ristrutturate e potenziate.

Nella memoria collettiva, il ricordo di insediamenti si è annebbiato fino a scomparire nel tempo, lasciando solo labili tracce materiali spesso illeggibili.

Oggi abbiamo maggiore consapevolezza del significato e dell’importanza culturale delle vestigia del passato, abbiamo una legislazione, piuttosto complessa, volta alla tutela, e non solo, dei Beni antichi.
Alla luce di ciò, dovremmo pianificare, con maggiore rispetto delle norme e della memoria collettiva, ogni genere di opera e ogni cambiamento di destinazione d’uso di un’area, soprattutto in zone intermedie a centri abitati di notevole vocazione turistica quali Cerveteri e Bracciano.

Ceri, ninfeo

Ceri, ninfeo

Ceri, Ponte Coperto

Ceri, Ponte Coperto

Bracciano, opera di regimazione e imbrigliamento di epoca etrusca. Bracciano, Castel Giuliano.

Bracciano, opera di regimazione e imbrigliamento di epoca etrusca. Bracciano, Castel Giuliano.

Foto e approfondimenti:

Autrice: Elena Felluca

ultima modifica: 14 ottobre 2017

Riproduzione vietata senza il consenso dell’Autrice.
È permesso citare l’articolo come sitografia indicando il nome dell’autrice, il titolo dell’articolo, l’indirizzo internet e la data indicata nel testo che si riferisce alla lettura dell’utente.

Ricognizione archeologica lungo le rive del lago di Bracciano

Le condizioni climatiche e la scarsa piovosità di oltre un anno hanno causato il progressivo abbassamento del livello del lago di Bracciano. Le fonti di alimentazione sono le sorgenti naturali e le piogge stesse, così l’aumento della siccità, rispetto agli anni precedenti, ha determinato una diminuzione del livello di circa 1.5 m. Il lago ha risentito di una situazione meteorologica generica che coinvolge tutta la nazione, ma a contribuire, sebbene in piccola parte, sono anche i prelievi dell’Acea indispensabili per rifornire di acqua una parte di Roma e altri comuni del Lazio.
Il lago non ha immissari fluviali, solo un emissario, l’Arrone, ma attualmente le paratoie dell’imbocco sono chiuse e le condizioni dell’imbocco non permettono la fuoriuscita di acqua.
Da sempre il livello del lago di Bracciano è influenzato dalle condizioni climatiche, ciò ha comportato numerosi problemi per quanto riguarda le attività rivierasche e, sin dal XVII secolo, per le opere idrauliche realizzate per condurre acqua a Roma.
Storicamente ed archeologicamente abbiamo notizie del “troppo pieno”, ossia del livello troppo alto con conseguenti allagamenti di abitazioni, campi e strade, o del “troppo basso”, ossia di siccità che ha comportato lo scavo di canali per irrigare. Ciò ha condizionato anche l’assetto degli insediamenti sulle sponde.
L’attuale situazione di abbassamento del livello ha permesso di individuare e localizzare numerose rovine antiche lungo le rive: manufatti antichi, pietre lavorate, frammenti fittili, mura, resti di edifici antichi, palizzate, ossia numerose testimonianze al passato.
Tutto lascia tracce sul terreno e, ora che il lago si è abbassato notevolmente rispetto agli anni precedenti, è possibile osservarle e studiarle.
Un’individuazione e uno studio ci permetterà di conoscere meglio e tutelare il patrimonio storico ed archeologico presente nel territorio in questione.
Al momento sono emerse piccole concentrazioni di materiale ceramico, vasellame e resti di tegole, soprattutto di epoca romana, ma anche di epoche recenti, infatti in superficie possano trovarsi reperti risalenti a periodi differenti. La formazione dei depositi può essere avvenuta per fenomeni naturali oppure sono stati accumulati appositamente.
Sono riemerse dalle acque resti edifici già in parte noti: si tratta perlopiù di ville di epoca romana, caratterizzate dal collegamento con il centro urbano grazie alla prossimità a importanti vie di comunicazione.
Parallelamente alla via moderna circumlacuale, ad una distanza di circa 10 m, in vari tratti sulla riva del lago, troviamo vari basoli divelti: si tratta delle componenti della viabilità romana, forse uno dei diverticoli della via clodia che si dirigeva verso l’attuale tenuta di Vicarello, interessata dalla frequentazione umana a partire dall’Età del Bronzo, con un picco durante tutta l’epoca romana, quando vennero edificati imponenti costruzioni, almeno a partire sin dal III secolo a.C. fino al primo imperiale. Un tratto della strada è in posto sott’acqua, evidente in uso quando il livello del lago era molto più basso rispetto ad oggi. Durante i lavori di asfaltatura dell’attuale via di percorrimento e di messa in opera di tubature varie, i basoli possono essere stati scalzati, oppure facevano parte dei tratti oggi sommersi, asportati per essere riposizionati altrove.
Si trovano anche palizzate di recinzioni per delimitare le proprietà, file parallele di paletti, forse resti di pontili per attraccare le imbarcazioni da pesca o da trasporto, l’epoca potrebbe essere identificata solo a seguito di una eventuale accurata analisi del legno.
Rimangono dei forti dubbi nelle interpretazioni dei resti archeologici lacustri, i dati attualmente a nostra disposizione dicono ben poco sulla reale funzione delle reminiscenze materiali del passato, occorrerebbero indagini più approfondite.
Presto verrà prodotta e messa a disposizione una documentazione dettagliata sulla documentazione registrata.

5

6

DSC01259

DSC01264

DSC01270

DSC01285

DSC01289

DSC02544_mod

DSC02546

22664194_10209518687659279_783310758_o

DSC02739_mod

DSC02734_mod

DSC02728_mod

Autrice: Elena Felluca

ultima modifica: 24 maggio 2017

Riproduzione vietata senza il consenso dell’Autrice.
È permesso citare l’articolo come sitografia indicando il nome dell’autrice, il titolo dell’articolo, l’indirizzo internet e la data indicata nel testo che si riferisce alla lettura dell’utente.

Bracciano (RM), Forum Clodii, una praefectura lungo la via Clodia

Nella Macchia della Fiora, a Bracciano (RM), è stato indagato e rilevato un complesso di cisterne forse pertinente a Forum Clodii, un insediamento di epoca romana fondato in un momento imprecisato lungo la via Clodia e divenuto sede di una praefectura. Ad oggi non è stato ancora localizzato con sicurezza, anche se in passato venne ipotizzata la sua coincidenza con la tenuta di S. Liberato, a circa 1.5 km a valle, per via di una serie di testimonianze epigrafiche trovate in giacitura secondaria. La presenza di questo complesso di cisterne è da mettere in relazione con i resti murari affioranti in superficie e con i tratti ancora visibili dell’antica strada basolata.
La muratura delle cisterne e i frammenti di ceramica, insieme ad altri indizi sparsi sulla  superficie, permettono di ipotizzare una consistente frequentazione dell’area in epoca romana e non vi sono grosse sovrapposizioni in epoche successive.
Una cisterna è disposta a “L”: il tronco più breve si sviluppa per una lunghezza di circa 15 m, il tronco più lungo si sviluppa per una lunghezza di circa 48 m e una larghezza di 2.9 m. Essa è in parte nel sottosuolo, in parte si eleva sul piano di calpestio. Le pareti interne sono completamente rivestite di cocciopesto. Il tronco più breve è dotato di una sovrastruttura con evidenti rifacimenti successivi all’epoca romana ed è dotato di una canaletta di scolo orientata verso dei resti murari appena visibili, forse una vasca. Il tronco più lungo conserva solo parte della copertura. Un’altra cisterna è a poca distanza: essa ha forma rettangolare con un grosso pilastro centrale, misura 8.75 m di lunghezza e 6.8 di larghezza, presenta profonde fratture strutturali ed è colma di terra mista a pochi frammenti di ceramica e maioliche del XVI e del XVII secolo.
Tali cisterne, verosimilmente utilizzate per la raccolta di acqua piovana, in origine dovevano rifornire un abitato piuttosto consistente in estensione e in importanza. Considerando anche l’immediata vicinanza alla via basolata, si può supporre un’identificazione con Forum Clodii dell’insieme delle rovine antiche.
Sembra che la zona fosse frequentata periodicamente fino a pochi decenni fa, ma oggi appare solo un fitto bosco disabitato.
Le cisterne sono state esplorate e rilevate da chi scrive e da Tullio Dobosz.

Bracciano (RM), Macchia della Fiora, ingresso cisterna a "L".

Bracciano (RM), Macchia della Fiora, ingresso cisterna a “L”.

Bracciano (RM), Macchia della Fiora, cisterna a “L”, particolare interno.

Bracciano (RM), Macchia della Fiora, cisterna a “L”, particolare interno.

Bracciano (RM), Macchia della Fiora, cisterna, particolare interno.

Bracciano (RM), Macchia della Fiora, cisterna, particolare interno.

Autrice: Elena Felluca

ultima modifica: 14 dicembre 2015

Riproduzione vietata senza il consenso dell’Autrice.
È permesso citare l’articolo come sitografia indicando il nome dell’autrice, il titolo dell’articolo, l’indirizzo internet e la data indicata nel testo che si riferisce alla lettura dell’utente.

Bracciano (RM), “aqua Traiana” e “aqua Paula”: bolli laterizi

Nell’ambito delle ricerche svolte da chi scrive in vari rami dell’acquedotto Traiano-Paolo che si sviluppano intorno al lago di Bracciano, si pone l’attenzione sui bolli laterizi ritrovati lo scorso anno durante un’esplorazione in uno dei condotti del tratto iniziale dell’acquedotto lungo il Fosso di Grotte Renara.
Già in precedenza è stato data notizia dei bolli che recano il nome di Anteros Severianus fornendo un inconfutabile elemento datante all’epoca traianea della messa in opera di questo tratto dell’aqua Paula. Essi si trovano nel condotto della Botte delle Cinque Vene in parte scavato nel banco roccioso. Un tratto è pavimentato con bipedali, ventiquattro dei quali recano impronte di bolli semilunati, ma solo alcuni sono leggibili e sono di due tipi: su un tipo il testo epigrafico è disposto su una linea con lettere a rilievo DOL ANTEROT SEVER CAES (CIL XV, 811f), l’altro è trilineare con lettere a rilievo DOLIARE ANTEROTIS [SEVERI] (CIL XV, 811d). Entrambi trovano precisi riscontri nel Foro di Traiano.
La presa di captazione della Botte delle Cinque Vene si diversifica dalle altre esplorate nello stesso ramo dell’acquedotto per la presenza si numerose bocchette fatte di coppi rovesciati e di piccoli condotti rivestiti in laterizio su entrambi i lati del tratto iniziale del condotto che adducono acqua direttamente dal banco roccioso.
Il ritrovamento, lo studio e la lettura dei bolli sono opera di chi scrive e di Loredana Fauci.

Bibliografia di riferimento:

Bianchi E., 2004, Produzioni laterizie e cantieri edilizi traianei, in E.C. De Sena e H. Dessales, Metodi e approcci archeologici e il commercio nell’Italia Antica. BAR international Series 1262, pp. 268-289.

Bracciano (RM), "aqua Traiana" e "aqua Paula", condotto della Botte delle Cinque Vene, particolare.

Bracciano (RM), “aqua Traiana” e “aqua Paula”, condotto della Botte delle Cinque Vene, particolare.

Bracciano (RM), "aqua Traiana" e "aqua Paula", condotto della Botte delle Cinque Vene, particolare.

Bracciano (RM), “aqua Traiana” e “aqua Paula”, condotto della Botte delle Cinque Vene, particolare.

Bracciano (RM), "aqua Traiana" e "aqua Paula",  condotto della Botte delle Cinque Vene, bollo laterizio di Anteros Severianus.

Bracciano (RM), “aqua Traiana” e “aqua Paula”, condotto della Botte delle Cinque Vene, bollo laterizio di Anteros Severianus.

Bracciano (RM), "aqua Traiana" e "aqua Paula",  condotto della Botte delle Cinque Vene, bollo laterizio di Anteros Severianus.

Bracciano (RM), “aqua Traiana” e “aqua Paula”, condotto della Botte delle Cinque Vene, bollo laterizio di Anteros Severianus.

Autrice: Elena Felluca

ultima modifica: 3 dicembre 2015

Riproduzione vietata senza il consenso dell’Autrice.
È permesso citare l’articolo come sitografia indicando il nome dell’autrice, il titolo dell’articolo, l’indirizzo internet e la data indicata nel testo che si riferisce alla lettura dell’utente.

 

Lago di Martignano (RM), il Nuovo acquedotto Alsietino

Il lago di Martignano, l’antico lacus Alsietinus, è noto soprattutto per l’incile dell’acquedotto voluto dall’imperatore Augusto intorno al 2 a.C. per fornire acqua alla naumachia nel Trastevere. Più volte esplorato, esso si trova nella zona sud-orientale del lago in prossimità della riva ad una quota di circa m 217 slm.
Il livello del lago di Martignano subì varie fluttuazioni nel tempo, sia a causa delle condizioni climatiche, sia a causa di opere artificiali.
Oltre all’acquedotto Alsietino, che contribuì ad un abbassamento del livello del lago durante l’epoca romana, sono documentati altri due emissari nella zona settentrionale scavati nel banco roccioso nell’Ottocento che mettevano in comunicazione i laghi di Stracciacappa e di Martignano con il lago di Bracciano: il primo venne svuotato totalmente, il secondo venne abbassato di livello e le loro acque vennero riversate nel lago di Bracciano, tramite il Fosso Casacci, con lo scopo di aumentarne il livello. Si tratta del nuovo acquedotto Alsietino, così denominato su una pianta del 1830 che rende noto il suo percorso. Esso servì ad assicurare l’introduzione di acqua nel condotto dell’acqua Paola, per mezzo dell’edificio di presa nel lago di Bracciano, a vantaggio delle mole sul Gianicolo, da come ci ricorda la mappa stessa e la lapide commemorativa apposta sul secondo castello dell’acqua di Anguillara Sabazia.
Le recenti indagini e la lettura dei documenti dell’epoca hanno permesso di determinare alcune questioni presentate in passato in modo semplificato e poco dettagliato.
Innanzitutto il nuovo acquedotto Alsietino venne realizzato in due tempi: nel 1825 venne captata solo l’acqua dal lago di Martignano, poi, nel 1830, fu realizzato un prolungamento del cunicolo fino al lago di Stracciacappa e un nuovo emissario nel lago di Martignano, probabilmente per via dell’abbassamento eccessivo del livello che rendeva impossibile l’introduzione dell’acqua nell’emissario del 1825. Purtroppo non è stato possibile individuare l’incile di Martignano del 1825 a causa delle manomissioni del terreno avvenute in poco meno di 200 anni di attività agricole, ma si pensa che fosse ad una quota superiore di oltre 10 m rispetto all’incile del 1830.
Il prosciugamento andava a vantaggio dell’agricoltura e dell’allevamento fornendo nuove terre per le coltivazioni e per il pascolo.
Nei pressi del nuovo acquedotto Alsietino è stata individuata la Grotta dei Pescatori segnata sulla mappa del 1830, si tratta di un complesso di cavità artificiali realizzate in un momento imprecisato.
Le uniche indagini note nel nuovo acquedotto Alsietino sono state svolte da L. Ferri Ricchi che esplorò il condotto nei primi anni Settanta del Novecento e ottenne l’incarico di produrre una documentazione dal Consorzio per la Bonifica dell’Agro Romano, ma il ricercatore sostenne che furono i proprietari dei terreni attigui al lago di Martignano a decidere di abbassarne il livello per ampliare la superficie da sfruttare a fini agricoli, ma l’aumento della superficie coltivabile fu la conseguenza e non la motivazione dell’opera. Inoltre ci sono delle imprecisioni, sebbene minime, nelle date.
La suddetta pianta del 1830 venne pubblicata da D. Cavallo che la cita, forse equivocando, a proposito dell’acquedotto Alsietino del 2 a.C. generando un po’ di confusione.
G. Pintus e G. Politi attribuirono, erroneamente, la realizzazione del condotto per captare le acque del lago di Stracciacappa al 1826 e riportarono un’inesattezza sostenendo che l’opera servì a mantenere costante il livello del lago di Martignano. Inoltre, le acque raccolte dai laghi di Stracciacappa e Martignano non entravano direttamente nell’acquedotto Traiano-Paolo e soprattutto non ci sono riscontri nel fatto che le acque riprendessero l’antico percorso dell’Alsietino in località Pollina. Le loro affermazioni sembrano, tra l’altro, in contrasto con quanto viene dichiarato da P. Bondi nel testo al quale i due autori fanno riferimento.
Secondo E. Burri, l’alveo di Stracciacappa venne bonificato in periodo classico e il drenaggio dell’Ottocento era una reiterazione di un precedente intervento, ma non si conoscono le fonti di questa teoria. L’autore, inoltre, confonde l’incile di Martignano con quello di Stracciacappa: nelle didascalie delle foto 10 e 11 del suo articolo riporta la dicitura “incile del lago di Stracciacappe”, invece è quello di Martignano del 1830.
Il nuovo acquedotto Alsietino è stato rilevato da Loredana Fauci, Elena Felluca e Tullio Dobosz e sarà presto oggetto di una pubblicazione dettagliata ad opera di chi scrive.
Si ringrazia l’Agriturismo il Castoro per aver agevolato le ricerche nel tentativo di individuare l’incile di Martignano del 1825.

Bibliografia dei testi citati nell’articolo:

Burri, E.
2006 L’antico emissario del lago di Martignano, in L. Lombardi, G. Lena, G. Pazzagli (a cura di), Tecnica di Idraulica antica. Le opere di captazione: dighe, cunicoli, esautori, ieri e oggi,     Roma 7-8 settembre 2006, pp. 181-192. Roma, La Sintesi.
Cavallo, D.
1992 Via Cassia I-Via Cimina, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Libreria dello Stato.
Ferri Ricchi, L.
2001a Clima e storia, Racconti on line tratti dal libro di Lamberto Ferri Ricchi,   www.lambertoferriricchi.it/test2//wp-content/uploads/2015/01/pdf/CLIMA_STORIA.pdf
2001b La foresta di pietra, Racconti on line tratti dal libro di Lamberto Ferri Ricchi,  www.lambertoferriricchi.it/test2//wp-content/uploads/2015/01/pdf/MARTIGNANO.pdf
2012 La foresta di pietra, Mondo sommerso, n. 4 aprile 2012, pp. 114-119.
Pintus, G. – Politi, G.
1996 Il cunicolo dell’acquedotto Alsietino, Speleo Club Roma.

Il nuovo acquedotto Alsietino, incile del lago di Martignano del 1830.

Il nuovo acquedotto Alsietino, incile del lago di Martignano del 1830.

Il nuovo acquedotto Alsietino, paratoia presso l'incile di Stracciacappa.

Il nuovo acquedotto Alsietino, paratoia presso l’incile di Stracciacappa.

Il nuovo acquedotto Alsietino, congiunzione dell'emissario di Stracciacappa con quello di Martignano del 1830.

Il nuovo acquedotto Alsietino, congiunzione dell’emissario di Stracciacappa con quello di Martignano del 1830.

Il nuovo acquedotto Alsietino, particolare interno del tratto del 1830.

Il nuovo acquedotto Alsietino, particolare interno del tratto del 1830.

Il nuovo acquedotto Alsietino, particolare interno del tratto del 1825.

Il nuovo acquedotto Alsietino, particolare interno del tratto del 1825.

Il nuovo acquedotto Alsietino, sbocco nel Fosso Casacci.

Il nuovo acquedotto Alsietino, sbocco nel Fosso Casacci.

Il nuovo acquedotto Alsietino, lapide commemorativa presso il secondo castello dell'acqua ad Anguillara Sabazia.

Il nuovo acquedotto Alsietino, lapide commemorativa presso il secondo castello dell’acqua ad Anguillara Sabazia.

Autrice: Elena Felluca

ultima modifica: 12 novembre 2015

Riproduzione vietata senza il consenso dell’Autrice.
È permesso citare l’articolo come sitografia indicando il nome dell’autrice, il titolo dell’articolo, l’indirizzo internet e la data indicata nel testo che si riferisce alla lettura dell’utente.